Sunday, January 22, 2012


Otarebill in India

Saturday, June 11, 2011

Monday, May 02, 2011

Wednesday, December 15, 2010




"...L’aumento delle dimensioni degli insediamenti riduce il rapporto con il territorio e le risorse, centralizza i servizi e gli approvvigionamenti annullando la capacità di autonoma sopravvivenza delle comunità e asservendole sempre più a monopoli e gestioni private. In una città nessun individuo può direttamente trasformare gli spazi, né conformare il paesaggio, né produrre i propri alimenti, né accedere all’acqua o ad altre risorse indispensabili per la propria esistenza. In nessun parco pubblico un individuo può piantare un albero, né porre un nido, né allevare galline, né modificare, adattare, mantenere, riqualificare. Sono spazi predisposti per lo svolgimento di una specifica funzione di cui viene fornita anche la regolamentazione di uso; sono un’astrazione delle necessità degli individui, una semplificazione delle complessità dell’abitare, una limitazione dell’essere. Nella dicotomia pubblico-privato ciascuno spazio ha una sua funzione ed un suo regolamento; ma il loro insieme non soddisfa le esigenze e il piacere della comunità.
Le città contemporanee sono l’immagine concreta di una organizzazione sociale, sono rappresentazione di un autoritarismo culturale, economico e sociale altrove meglio celato.
Una comunità dovrebbe avere la possibilità di definire i luoghi in cui vivere e dovrebbe farlo potendo ricercare in via prioritaria il proprio benessere basato sullo stabile e duraturo equilibrio tra effettive necessità, disponibilità locali di risorse.
La città libertaria è tendenzialmente leggera, morbida, con dimensioni e numero di abitanti direttamente collegate alle risorse disponibili; città stabili non in crescita, né demografica né spaziale, ove le comunità si riappropriano di una delega data indirizzando le scelte degli amministratori, gestendo direttamente le attività, ricucendo il rapporto con le risorse, perseguendo un’autonomia economica, adattandosi alle condizioni dell’ambiente ed adattando esso senza destrutturarlo.
Ogni piccolo centro può essere rivissuto con nuova autonomia, ogni città può essere parcellizzata in aggregazioni più piccole attraverso l’azione diretta e la pressione esercitata sui “tecnici” per una urbanistica sociale e ambientale in cui il benessere diffuso non trovi compromessi, in cui i piani non siano giustificativi e mediatori di interessi, in cui le comunità controllano e gestiscono gli spazi e, attraverso di essi, la propria esistenza."
Adriano Paolella


Monday, November 15, 2010


Un programma radicale deve opporsi allo sviluppo e reclamare un ritorno alla città, cioè all’agorà, all’assemblea. Deve proporsi di fissare limiti allo spazio urbano, restituirgli la forma, ridurre le dimensioni, frenare la mobilità. Riunire i frammenti, ricostruire i luoghi, ristabilire relazioni solidali e vincoli fraterni, ricreare la vita pubblica. Demotorizzarsi, vivere senza fretta. Dimenticarsi del mercato, rilocalizzare la produzione, mantenere un equilibrio con la campagna, demolire tre quarti del costruito, decementificare il territorio. L’economia deve tornare a essere una semplice faccenda domestica. Uscire dall’anonimato. L’individuo deve evolversi fino a trovare il proprio posto nella collettività e mettere radici. La città deve generare un’aria che renda liberi gli abitanti che la respirano. Ma come osservò un surrealista, Bernard Roger, "indubbiamente le città in cui si riuniscono gli uomini di un mondo nuovo non potranno essere solidamente costruite se non su un terreno purificato della rivoluzione...Domani le nostre case saranno bolle di sapone leggere e aperte all'amore, belle come la capigliatura delle donne che si agita al vento".
Miguel Amorós

Sunday, October 31, 2010

Sunday, October 24, 2010